Corsa dei Ceri di Gubbio: il folclore più antico e matto in Italia

18.05.2012
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In Umbria ci sono cresciuto ma continua a stupirmi. Dopo avervi raccontato la Corsa all'Anello di Narni è il turno dei Ceri di Gubbio

Gubbio è l’unica città dove si può prendere la patente di matti, facendo tre giri attorno alla fontana del Bargello e gli eugubini non sono semplicemente tutti matti patentati, loro sono la motorizzazione dei matti. Al di là del sentito dire, questo l’ho vissuto sulla mia pelle partecipando alla famosa Corsa dei Ceri del 15 maggio.
Non vi sto a raccontare troppi dettagli sulla storia di questa festa che è ormai famosa in tutto il mondo e che è ampiamente documentata anche in rete, ma voglio raccontarvi della mia giornata, dell’atmosfera travolgente che vi si respira e di come un pochino matto mi sono sentito anche io.


Basti accennare al fatto che la Corsa è una delle feste folcloristiche più antiche del mondo (dovrebbe risalire al XII secolo ed è documentata dagli statuti del XIV secolo) e che per quanto riguarda le sue origini ci si divide tra l’ipotesi religiosa legata alla celebrazione del patrono cittadino Sant’Ubaldo e quella pagana che la vede dedicata a Cerere e più in generale alla fertilità. Oggi, la Corsa dei Ceri è una festa pagana e religiosa, quindi poco importa da dove sia partito il promo impulso.


Quando arrivo a casa di Lorenzo, la mia guida eugubina, martedì mattina vengo vestito per la festa. Sì, perché tre sono i ceri e tre i santi, ed ogni eugubino “appartiene” ad un santo. Sant’Ubaldo è il protettore della corporazione dei muratori, San Giorgio di quella dei mercanti e Sant’Antonio Abate dei contadini e degli studenti (accostamento che mi fa pensare agli studenti BRA: Braccia Rubate all’Agricoltura). L’appartenenza ad un santo, poi,  si tramanda di padre in figlio. E allora eccomi servito di pantalone bianco, camicia nera, sciarpa rossa in vita e fazzoletto rosso al collo. Oggi sono un contadino, o uno studente (o, più verosimilmente un BRA), appartengo a Sant’Antonio.


Di corsa in centro, ché sono le 9.20 ed è già tardissimo. I ceraioli sono svegli dalle 5, hanno già fatto la colazione dei ceraioli e seguito la messa, ed alle 9 inizia la sfilata. Nel corso mi trovo in un fiume di camice nere, come la mia, gialle, Sant’Ubaldo, e blu, San Giorgio. È veramente un fiume, che a raccontarlo non ci si arriva, e mi colpisce il fatto che le persone in “borghese” siano una sparuta minoranza, inghiottita dai tre “colori santi”. Tutte le finestre sono adornate dagli stendardi dei santi. La partecipazione popolare è da “matti”, da innamorati. Gli eugubini sono tutti paganamente euforici e religiosamente fomentati. Passano le trombe e si alzano i cori, la gente canta, salta, si tuffa nel fiume che scorre verso la Piazza Grande, sugli argini, qua e là, ci sono banchetti che offrono vino ai partecipanti, come un pit stop, come le borracce e le spugne bagnate passate ai podisti. Quando il corteo passa davanti alla statua del Santo, prima di svoltare a sinistra, si alza il coro “Ubaldo Santo”, quasi come se gli chiedessero un gol.


Quando arriviamo in piazza, questa è già stracolma oltre l’immaginabile, la gente è compressa, abbarbicata sui cornicioni, arrampicata su scale a pioli. Ad ogni finestra ci sono affacciate cinque o sei persone ed anche le terrazze del Palazzo dei Consoli sono piene così come il campanile, popolato dalle camice rosse dei campanari. Troppo tardi, impossibile entrare. Già, impossibile per me, ma sono con un eugubino ed allora tutto cambia. Non si discute proprio, si entra. A Gubbio si spinge con forza e decisione, ci si apre passaggi inesistenti, con virile cortesia si spintona via chi ostruisce il passaggio. Tutto lecito, anzi, dovuto. Si scansa, si spinge, ci si sorregge a vicenda.


È un boato, quando si aprono le porte del palazzo e cominciano ad uscire le varie figure, il sindaco consegna la chiave della città ai capitani ed il vescovo dà la sua benedizione. “Eccoli!” Sono grida sinceramente commosse quando i ceri appaiono dalla porta e scendono le scale sorretti orizzontalmente dai ceraioli. Poi è la volta delle statue e delle brocche. I ceri vengono posizionati sulle barelle, che sono messe in verticale e sulle quali stanno in piedi i Capo Dieci (quelli che guideranno i ceri). L’acqua delle brocche viene versata alla base dei ceri nel punto in cui vengono fissati nelle portantine. L’esultanza della gente si fa sempre più forte quando i Capo Dieci fanno oscillare le brocche di ceramica e le lanciano nella folla. La folla, in qualche inspiegabile modo, riesce ad aprirsi per permettere alle brocche di infrangersi al suolo, e guai se non si rompessero. Sono istanti e i Capo Dieci si buttano in avanti tirandosi dietro le barelle. I ceri sono in piedi sorretti dai ceraioli e comincia la sfilata. Tre giri intorno alla piazza (“Sant’ Antonio ne fa quattro perché è un alternativo” mi dice Lorenzo)e via di corsa. Ci spostiamo più avanti sul percorso ad aspettare che ripassino. Eccoli che arrivano, “Io gli corro un po’ dietro” mi fa Lorenzo, “ci vediamo nella piazzetta in fondo”. Altro che corrergli dietro, Lorenzo si prepara a bordo strada, Sant’ Antonio si avvicina, la folla si apre e Lorenzo guizza sotto la portantina. Viene rimbalzato sull’esterno ma rientra, ed eccolo che corre col cero in spalla.


La mattina per la sfilata, ogni cero segue un suo percorso, e tutti vogliono partecipare, portarli per qualche metro. Il pomeriggio invece, c’è la corsa vera e propria, solo ai ceraioli è consentito di portare i ceri secondo un ordine prestabilito. Ogni centinaio di metri ci sono mute di ceraioli pronti a dare il cambio ai propri compagni, bisogna correre, bisogna saperci fare, si fa sul serio. E la corsa è qualcosa di davvero impressionante, la velocità è pazzesca. Li vediamo sfrecciare per il corso, che è uno dei punti più importanti, incitati dai “vai Ubaldo”, “forza Giorgio”, “grande Antonio”. Quando sono passati, e si sono persi dietro la curva finale, è una festa: “che corso meraviglioso che hanno fatto” commentano un po’ tutti felici.
Noi ci inerpichiamo su per il sentiero di Monte Igino dove è collocata la Basilica di Sant’Ubaldo a 800 metri di altitudine, perché è lì che si concluderà la corsa. È una salita stupenda, affacciata sulla vallata, ma che a farla camminando fa venire un po’ di fiatone e dolore alle gambe se non si è allenati. Bene, i ceri la percorrono in otto minuti.


Eccoli che arrivano, il boato della folla è sempre più forte. I ceri non sono molto distanziati ma Sant’Ubaldo dovrà riuscire ad entrare in Basilica e chiudere fuori gli altri due per “vincere”. La folla si apre, poi gli corre dietro sull’ultima salita. Sant’Ubaldo sale le scale della Basilica, si mette in orizzontale con San Giorgio alle costole. Entra e… chiude le porte. Ce l’ha fatta, Santo Ubaldo: ora largo alla festa! La festa è di tutti. Allora le porte della Basilica si riaprono, nel chiostro entrano anche gli altri due ceri così come tutta la gente che è arrivata fin là. Mi sembra di venire schiacciato, la densità è davvero pazzesca, guai a perdere l’equilibrio, ma è come un abbraccio particolarmente caloroso. Dentro i ceri continuano a correre, la gente li tocca, canta, è “matta” di gioia.


Chi ci è stato? Avete avuto le mie stesse impressioni?

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