Museo della civiltà della civiltà dell’ulivo
“Mi chiamo Emiliano, e a Trevi chiamarsi Emiliano non è una cosa da niente” Si presenta così la mia guida in auricolare, registrata in mp3. Entro nella prima sezione espositiva, ricca di foto d’epoca che ritraggono lavoratori dei campi aggrappati agli ulivi, antichi attrezzi agricoli e plastici in cui si vede come Trevi sia inghiottita dagli uliveti. Emiliano parla in cuffia, con la voce pacata di un uomo avanti con gli anni, di un uomo di terra. Parla spesso in dialetto, parla la sua terra. Parla quella lingua che è lì dove il ternano si ammorbidisce nel perugino. Mi cattura subito. Schietto. Rispettoso senza riverenza, Emiliano parla la sua terra.
Non è cosa da poco chiamarsi Emiliano a Trevi perché Sant’Emiliano non solo è il santo patrono, ma perché la sua storia è quella della città. Emiliano la racconta così: “Li romani lo volevano ammazza’ e lo diedero in pasto ai leoni ma quelli non lo toccarono. Poi lo buttarono nell’acque gelide del Clitunno, ma ‘sto santo non moriva. Allora lo misero su una rota, gnente. Alla fine, dovettero legallo a ‘n piantone d’ulivo, e zac, glie staccarono la capoccia. Ce crederai? Quel piantone esiste ancora e lu sangue de lu santo rese pe’ sempre ricca e fertile 'sta terra nostra”.
È amore, quello che esce dalla voce che mi racconta l’olio. Non di quello romantico, no, perché “ ‘sti musei è un bene che li facciano perché li giovani lo devono sapè de la cura e de la fatica che ce sta dietro. L’olio non nasce sulle mensole dei supermercati”. Non amore romantico ma amore vero. Qui in Umbria l’ulivo non ci dovrebbe stare, vuole il mare, quindi qui ce l’hanno portato e non diventa mai grande come altrove “però proprio per questo, ‘ste piantine piccine le cresciamo come pottarelli (bambini), e per questo l’olio nostro e tra i più boni”.
Quella di Emiliano non è una audio guida, ma un racconto e una spiegazione fatta da chi l’olio l’ha fatto per una vita, con i metodi tradizionali, da quando da bambino si univa alle donne per raccogliere le olive da terra. Racconta con la vivacità ed il trasporto del vissuto dei vari tipi di ulivo, della potatura e della raccolta. “C’erano le squadre, co’ l’omini, le donne e i bambini, e po’ c’erano i capoccia, i capo squadra. Se cantava mentre se raccoglieva e ogni tanto dal gruppo delle donne se arzava un grido acuto che facevano muovendo la lingua in bocca come quelle arabe che vediamo oggi in televisione. Dal colle appresso, le andre donne non volevano esse da meno e glie risponnevano. E così parea che il tempo passasse più veloce”.
Poi c’era la festa di fine raccolto, nella tenuta del padrone che offriva il pasto alle squadre mentre i braccianti portavano doni ai capo squadra “pure se erano stati delle carogne”. Si suonava l’organetto, si cantava e si ballava. In fine si portava il raccolto ai frantoi.
Il racconto di Emiliano, mentre ci si muove tra ricostruzioni di ambienti e antichi macchinati per la pigiatura delle olive, è vivo, carico di particolari, ricordi e di trasporto, di saggezza popolare nei tanti detti utilizzati – meglio puzzà de vino che de ojo santo, Pe’ Santa Caterina pijia la scala e cammina, Pe’ Santa Caterina lascia la ghianda e va alla nerina – e di coscienza. Ecco la parola che cercavo, coscienza. Emiliano sa cos’è l’olio, sa da dove viene, la fatica che costa, e sa dove va: “olio pe’ magnà, quant’è bono, olio pe’ i lumini, olio santo, olio de sansa, sansa essiccata pe’ fa arde lu foco, che poi ce metti ‘na fetta de pane, fai la bruschetta e dopo avecce passato l’aglio ce metti l’olio e te lo magni. Bono.”
Insomma è proprio bello farsi trasportare dal racconto e apprendere in questi spazi allestiti così bene e sono d’accordo con Emiliano sul fatto che questi musei facciano bene a farli: ché sugli scaffali c’è la fatica e –qualche volta, ormai – la passione. Voi che ne pensate?
Non è cosa da poco chiamarsi Emiliano a Trevi perché Sant’Emiliano non solo è il santo patrono, ma perché la sua storia è quella della città. Emiliano la racconta così: “Li romani lo volevano ammazza’ e lo diedero in pasto ai leoni ma quelli non lo toccarono. Poi lo buttarono nell’acque gelide del Clitunno, ma ‘sto santo non moriva. Allora lo misero su una rota, gnente. Alla fine, dovettero legallo a ‘n piantone d’ulivo, e zac, glie staccarono la capoccia. Ce crederai? Quel piantone esiste ancora e lu sangue de lu santo rese pe’ sempre ricca e fertile 'sta terra nostra”.
È amore, quello che esce dalla voce che mi racconta l’olio. Non di quello romantico, no, perché “ ‘sti musei è un bene che li facciano perché li giovani lo devono sapè de la cura e de la fatica che ce sta dietro. L’olio non nasce sulle mensole dei supermercati”. Non amore romantico ma amore vero. Qui in Umbria l’ulivo non ci dovrebbe stare, vuole il mare, quindi qui ce l’hanno portato e non diventa mai grande come altrove “però proprio per questo, ‘ste piantine piccine le cresciamo come pottarelli (bambini), e per questo l’olio nostro e tra i più boni”.
Quella di Emiliano non è una audio guida, ma un racconto e una spiegazione fatta da chi l’olio l’ha fatto per una vita, con i metodi tradizionali, da quando da bambino si univa alle donne per raccogliere le olive da terra. Racconta con la vivacità ed il trasporto del vissuto dei vari tipi di ulivo, della potatura e della raccolta. “C’erano le squadre, co’ l’omini, le donne e i bambini, e po’ c’erano i capoccia, i capo squadra. Se cantava mentre se raccoglieva e ogni tanto dal gruppo delle donne se arzava un grido acuto che facevano muovendo la lingua in bocca come quelle arabe che vediamo oggi in televisione. Dal colle appresso, le andre donne non volevano esse da meno e glie risponnevano. E così parea che il tempo passasse più veloce”.
Poi c’era la festa di fine raccolto, nella tenuta del padrone che offriva il pasto alle squadre mentre i braccianti portavano doni ai capo squadra “pure se erano stati delle carogne”. Si suonava l’organetto, si cantava e si ballava. In fine si portava il raccolto ai frantoi.
Il racconto di Emiliano, mentre ci si muove tra ricostruzioni di ambienti e antichi macchinati per la pigiatura delle olive, è vivo, carico di particolari, ricordi e di trasporto, di saggezza popolare nei tanti detti utilizzati – meglio puzzà de vino che de ojo santo, Pe’ Santa Caterina pijia la scala e cammina, Pe’ Santa Caterina lascia la ghianda e va alla nerina – e di coscienza. Ecco la parola che cercavo, coscienza. Emiliano sa cos’è l’olio, sa da dove viene, la fatica che costa, e sa dove va: “olio pe’ magnà, quant’è bono, olio pe’ i lumini, olio santo, olio de sansa, sansa essiccata pe’ fa arde lu foco, che poi ce metti ‘na fetta de pane, fai la bruschetta e dopo avecce passato l’aglio ce metti l’olio e te lo magni. Bono.”
Insomma è proprio bello farsi trasportare dal racconto e apprendere in questi spazi allestiti così bene e sono d’accordo con Emiliano sul fatto che questi musei facciano bene a farli: ché sugli scaffali c’è la fatica e –qualche volta, ormai – la passione. Voi che ne pensate?
